Il ricercatore che maggiormente si è occupato della ricerca sulle molestie e sulle vittimizzazioni in ambito occupazionale è stato senz’altro Heinz Leymann, il quale mutuando un concetto avanzato dal famoso etologo Konrad Lorenz, ha coniato il termine “Mobbing”.

Secondo Leymann (1996), il Mobbing, è costituito da comunicazioni ostili e non etiche, perpetrate in modo sistematico da uno o più individui generalmente contro un altro individuo, che viene costretto ad una posizione debole ed indifesa e perde la capacità di resistere efficacemente agli attacchi.

In Svezia un’indagine statistica ha dimostrato che tra il 10 e il 20% del totale dei suicidi in un anno, hanno avuto come causa scatenante fenomeni di Mobbing.

Secondo le prime ricerche, in Italia oggi soffrono per Mobbing oltre 1,5 milione di lavoratori (dati PRIMA 1996), mentre sui 5 milioni minimo è stimato il numero di persone in qualche modo coinvolte nel fenomeno, come spettatori o amici e famigliari delle vittime.

Il mobbing è un complesso e dinamico processo in cui sia l’azione e la reazione vanno comprese nel contesto sociale in cui si svolgono.

Fattori situazionali, squilibri di potere percepito, tratti di personalità degli attori coinvolti (Coyne, 2000) e carenze nell’ambiente di lavoro, sembrano essere gli antecedenti che fungono da terreno fertile per l’insorgenza del fenomeno Mobbing (Salin, 2003).

Nielsen e colleghi (2012) hanno dimostrato che fattori di personalità delle Vittime e dei Mobber, sono fattori di importante rilievo per spiegare le azioni e le reazioni sul posto di lavoro. Molti ricercatori hanno analizzato la relazione tra personalità e mobbing utilizzando il Big Five Questionnaire riscontrando una signicativa relazione tra mobbing e bassa stabilità emotiva e basso livello di coscienziosità. La ricerca ha rilevato che i colpevoli sono prevalentemente maschi e manager, tesi prevalentemente ad autoregolamentare la minaccia dell’autostima e con un livello alto di incompetenze sociali.

Chi compie reato di violenza, abuso e prevaricazione, viene visto solo nella mostruosità dell’atto vergognoso che compie, tanto da ritenere utile per queste persone solo l’attribuzione di una pena il più severa possibile.

In questo contesto,  sono necessari percorsi formativi multidisciplinari intesi come processi di emancipazione dei soggetti, le cui attività educative e curative devono essere viste come un investimento della società per il pieno riscatto emotivo e sociale.

A questo fine, si intende promuovere la formazione di buone pratiche, di analisi e metodologie adeguate per lo sviluppo e l’integrazione dei progetti indirizzati ad autori effettivi o potenziali, aggredendo le cause della violenza e ridurre l’ incidenza e l’impatto.